Ma davvero il cellulare ci ascolta? I dubbi sull’inchiesta del Garante Privacy

Parlare delle vacanze e ritrovarsi in mail proposte di viaggio verso mete esotiche, raccontare agli amici di desiderare un capo d’abbigliamento e poi ricevere sul cellulare (e non solo) pubblicità proprio su quelle cose. Situazioni che da anni, in Italia e nel resto del mondo, hanno fatto gridare molti al complotto. Il sospetto: lo smartphone ci spia ascoltando le nostre conversazioni? Ora il Garante privacy ha annunciato di aver aperto un’istruttoria proprio su ciò: relativamente, cioè, ai microfoni degli smartphone accesi con lo scopo di ottenere informazioni da rivendere a società e poi così fare proposte commerciali in linea con gli intenti degli interessati. Ma quanto è fondato questo pericolo? Finora tutti gli esperti, negli anni, hanno sempre detto che si tratta di un mito, di una bufala: ci arriva la pubblicità mirata ai nostri interessi non perché ne parliamo ma grazie a un’analisi e predizione algoritmica dei nostri interessi. Ne parliamo perché siamo interessati: il rapporto causa-effetto è l’inverso.

L’inchiesta del Garante Privacy dopo Striscia la Notizia

Adesso però c’è la prima inchiesta del Garante Privacy, con la Guardia di Finanza, sulle principali app per capire – anche guardando all’informativa privacy – se tengono il microfono aperto a scopo di profilazione pubblicitaria di ciò che diciamo. Tutto è cominciato con un’inchiesta di Striscia la Notizia, in due puntate. Ha detto agli ascoltatori di avvicinare lo smartphone alla tv e ha pronunciato parole chiave come “mi serve un’auto nuova”. Il giorno dopo ha mostrato messaggi di utenti che riferivano di avere ricevuto pubblicità su auto. Guido Scorza del Garante Privacy è intervenuto in trasmissione dicendo che tecnicamente sarebbe possibile tramite il microfono dello smartphone. Di qui l’inchiesta. I dubbi di sempre restano: “mi sembra improbabile”, conferma Stefano Zanero, noto esperto cyber, Politecnico di Milano.

I dubbi: non ha senso spiarci così

“Su grande scala non ha senso spiarci in questo modo. Ha senso – per attori malevoli – spiare le conversazioni di un manager. Le app e i servizi internet in genere non hanno bisogno di violare la legge – esponendosi a gravi rischi – per ascoltare i nostri interessi. Ci riescono già profilandoci in base alle nostre navigazioni e interazioni”. Di certo Facebook, Google non farebbero mai una cosa del genere: se si scoprisse, sarebbe la loro fine come azienda e il rischio non vale la candela anche perché, appunto, già fanno miliardi profilandoci così. Forse qualche app minore lo potrebbe fare; ma allora il fenomeno non sarebbe così su larga scala come chi sospetta questo spionaggio. “Per altro sarebbe molto complesso isolare dal contesto le parole che corrispondono un’interesse preciso come ‘mi serve un’auto nuova’, anche rispetto a tutte le volte in cui parliamo di auto ma non siamo interessati a comprarne una”, aggiunge Zanero. “E tutto per cosa? Per mandare poi un sms o mostrare un banner pubblicitario che ha un tasso di conversione ridottissimo?”, spiega Zanero. Zanero concorda che anche nel caso della pubblicità dell’auto si tratti insomma di una coincidenza dovuta al fatto che quel tipo di pubblicità è molto frequente. Magari i telespettatori la ricevano normalmente e l’hanno notata solo ora perché se l’aspettavano: in psicologia è un fenomeno di filtro cognitivo noto.

Bene comunque l’inchiesta del Garante

Ciò non implica che l’inchiesta del Garante sia insensata. “Per prima cosa, tutto è possibile: magari davvero si scopre che è in atto un ascolto su larga scala, per quanto improbabile”. “Al minimo, l’indagine del Garante Privacy servirà comunque anche solo per rassicurare gli utenti che no, non è in atto uno spionaggio di massa; è utile dare risposte sul tema, date le tante segnalazioni ricevute”. Serve anche per sensibilizzare sul tema della privacy – partendo da un caso di così grande risonanza – e ricordare a tutti di non dare con leggerezza (ad esempio) le autorizzazioni alle app. Non permettiamo di usare il microfono se all’app non serve. E poi, di nuovo, chissà magari alla fine il Garante scoprirà davvero l’impensabile.

 

Fonte: CyberSecurity360