Il distanziamento non basta: bisogna puntare sulla qualità dell’aria indoor

Mascherine sempre indossate a coprire naso, bocca e mento, detersione frequente delle mani, eventualmente con l’utilizzo degli appositi gel disinfettanti e, infine, il distanziamento di un metro dalle altre persone. Sono queste le principali misure che, fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, sono state diffuse e messe in campo per ridurre al minimo i contagi.
Senza ombra di dubbio, questi comportamenti hanno contribuito non poco – prima e dopo il lockdown – a contenere la trasmissione del Covid-19. Ma sono davvero delle misure sufficienti? Non proprio, o almeno, non totalmente.

Già con il rapporto n. 5/2020 del 23 marzo 2020 l’Istituto Superiore di Sanità sottolineava infatti la grande importanza della qualità dell’aria indoor, spiegando come fosse necessario «promuovere processi che permettano di acquisire comportamenti e misure di prevenzione della salute» come per esempio lavorare per il miglioramento della qualità dell’aria indoor.
Proprio il discorso intorno alla qualità dell’aria indoor per la prevenzione del Coronavirus è tornato centrale in queste ultime settimane, in relazione alla riapertura delle scuole.

Il vero nodo è la qualità dell’aria indoor

A puntare il dito verso l’importanza di garantire una grande attenzione nei confronti della qualità dell’aria indoor è la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), che è intervenuta con una posizione ben precisa nella discussione sulla riapertura delle scuole.

Come ha spiegato di recente Alessandro Miani, presidente Sima, «la discussione sui banchi e la responsabilità giuridica dei presidi ha fatto passare in secondo piano il vero nodo alla base di una riapertura in sicurezza delle scuole. Il vero punto da affrontare è come garantire una qualità dell’aria ottimale in aula sia dal punto di vista chimico-fisico che microbiologico (assenza di virus)».
Per poter raggiungere un alto grado di qualità dell’aria, in modo da rendere l’ambiente interno salubre e sicuro, è necessario garantire frequenti cambi totali dell’aria, nonché investire «in tecnologie per la ventilazione meccanica controllata (VMC) con filtrazione aria in entrata e con la purificazione dell’aria indoor, grazie a dispositivi in grado di eliminare virus e particelle fino a 0,1 micron».

Secondo Miani non ci sono dubbi: i banchi monoposto e il distanziamento a un metro non sono sufficienti. E per rimarcarlo, il presidente Sima mette in evidenza tra le altre cose che il limite raccomandato dall’OMS sarebbe in realtà di 2 metri, mentre altri ricercatori ancora indicherebbero una distanza minima di 4 metri.

Monitorare in tempo reale l’aria interna

Come riferiscono da Sima, un bambino di circa 10 anni seduto a un banco di scuola emette circa 14 litri di anidride carbonica all’ora; un adolescente arriva invece a 27 litri all’ora.
Si capisce quindi che il problema dell’aria viziata è reale, e che il ricambio completo e frequente dell’aria, in aula come peraltro nei normali spazi di lavoro, diventa essenziale: in questi contesti chiusi infatti la presenza di un solo portatore di virus può essere decisiva, a prescindere dal distanziamento di un metro.

Scuole, uffici, magazzini, strutture sanitarie, laboratori, tutte queste attività sono chiamate a monitorare in tempo reale la qualità dell’aria indoor per poter disporre di dati precisi sui parametri ambientali. Solo utilizzando soluzioni hardware e software per la misurazione della qualità dell’aria interna, accoppiate a tecnologie in grado di filtrare e purificare l’aria, si può affermare di garantire un alto livello di sicurezza negli spazi chiusi.

 

Fonte: AziendaDigitale.it